Piero Mastroberardino Presidente dell’Istituto del Vino. Museum family story

Ritengo opportuno condividere, per chi l’avesse persa, l’intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno dal prof. Piero Mastroberardino, persona di grande spessore, oggi alla guida dell’Azienda storica di famiglia, che vi consiglio di visitare con il Museo annesso. Il Prof. si spende sempre al massimo per la nostra Irpinia e la valorizzazione del suo Territorio, dell’Enoturismo e lo sviluppo di un brand Campano del vino. “Ogni vino ha un cuore con tante cose da raccontare”. Ve la riporto integralmente con l’invito a riflettere sul forte “Potenziale” che possiede la nostra Terra e gli “Sviluppi” che potrebbero crearsi.

Mastroberardino: «Famiglia, Università e Azienda, ma amo pure i viaggi in moto»

Il prof. irpino riconfermato presidente dell’Istituto del Vino.

Di Gimmo Cuomo.

Terzo mandato per l’irpino Piero Mastroberardino, riconfermato presidente dell’«Istituto del Vino italiano di qualità» che riunisce diciotto tra le più importanti aziende vitivinicole italiane, tra le quali, a mo’ di esempio, Antinori, Tasca d’Almenrita, Ca’ del Bosco. Un traguardo che premia il lavoro finora svolto dal cinquantacinquenne professore universitario di Economia e gestione delle imprese che guida la storica azienda di famiglia di Atripalda (AV).

Professore con quale spirito accoglie la seconda riconferma al vertice dell’Istituto?
«La vivo bene perché l’Istituto è, innanzitutto, un gruppo di amici. La conferma è maturata in un clima di serena e sincera collaborazione. Il terzo mandato peraltro è un’anomalia perché lo statuto ne prevedeva due. E per la deroga si è resa necessaria una modifica».

Per lei un motivo di impegno in più?
«È stata una dimostrazione di stima. Ma la stima è reciproca. E in questo clima ognuno di noi potrebbe svolgere questo ruolo in maniera agevole».

Il vostro è un club a numero chiuso o è prevista la possibilità di nuove adesioni?
«C’è la possibilità di aderire ma sulla base di regole precise. La prima è il family business: tutte le aziende sono il prodotto di una storia familiare. Poi si tiene conto del legame territoriale: ognuna è paladina della vitivinicoltura della propria terra. Questi sono requisiti fondamentali per potere accedere al sodalizio. L’intendimento di tutti è mantenere all’interno del gruppo il clima di forte affinità che ci ha permesso di realizzare programmi molto ambiziosi».

A che cosa si riferisce?
«Siamo diventati il principale sostenitore del Master of Wine. Finalmente, oggi abbiamo un primo master of wine italiano. Poi c’è stata la collaborazione con Wine Spectator per la New York Wine Experience. Due esempi di due istituzioni, la prima inglese, l’altra americana, che sono punti di riferimento nel panorama mondiale. Abbiamo consolidato l’immagine dei vini italiani: ogni mese organizzare grandi eventi nel mondo non è roba da poco».

Mastroberardino è un brand consolidato. Ma perché il vino campano non riesce a diventare un brand?
«La Regione Campania considera asset turistici diversi rispetto all’enoturismo. Non si è mai intervenuti massicciamente in questo ambito. Eppure significa stimolare un processo di creazione di valore sul territorio. Lo sforzo è sempre legato ai singoli. E se non c’è l’istituzione viene meno la percezione di un valore diffuso nella popolazione. Se siamo terra del vino dobbiamo dimostrarlo con convinzione e farlo avvertire. Tutto per le strade deve parlare del vino. Nelle terre del Chianti hanno fatto investimenti importanti sul turismo, anche nelle Langhe si è fatto un lavoro notevole».

Il principale insegnamento ricevuto da suo padre, il compianto cavaliere del Lavoro Antonio Mastroberardino?
«Mio padre vive ancora in azienda nelle sue determinazioni e nelle profonde convinzioni. Ho appreso tantissimo da lui. Tutti i progetti di ricerca e innovazione sono stati lo sviluppo di sue intuizioni. Voglio anche sottolineare il suo amore per la storia della famiglia e per le radici culturali».

Perché in una fase delicata di transizione vi affidaste a un grande protagonista dell’enologia francese, Denis Dubourdieu?
«Dubourdieu era soprattutto un ricercatore universitario. Le collaborazioni di questo genere riguardano per noi soprattutto la ricerca. E non la fase applicativa perché lo stile dei vini resta una prerogativa familiare».

Il vino è artigianato o arte?
«Il vino è artigianato, ma l’artigiano in realtà è anche un artista, ha una componente di creatività che nobilita il suo ruolo quotidiano, specialmente quando si fa interprete della natura».

Ora è un professore ordinario. Che tipo di studente è stato?
«Fino al liceo sono stato uno studente rivoluzionario, antisistema – ride – un agitatore di piazza. All’università sono cambiato: mi sono concentrato sui libri fino alla cattedra».

Tra famiglia, azienda vinicola e insegnamento c’è spazio per altre passioni?
«Mi sono dedicato alla scrittura, anche al disegno e alla pittura. Un’attività che mi libera la mente è il mototurismo. Faccio lunghi viaggi in moto, anche da solo».

È stato più volte corteggiato dai partiti. Perché ha sempre rinunciato a candidarsi?
«Forse perché non lo sento il mio mondo. Spesso in politica i valori vengono stracciati, abbattuti con cattiveria. Non c’è un confronto onesto sui valori. Mi dispiace dirlo. Credo che anche in modo diverso si possa dare una mano alla società. Io, per esempio, penso di dare un contributo per la formazione dei giovani e il loro inserimento nel mondo delle imprese. Mi sconvolge la disinvoltura con cui si passa sopra a qualsiasi valore umano, culturale e sociale in nome di battaglie spesso ispirate più a opportunismi e contingenze che finalizzate a reali scopi generali».

Che marito e che padre è Piero Mastroberardino?
«Vivo molto in famiglia. Io e mia moglie Tiziana facciamo tutto per le nostre figliole, Camilla e Serena, due splendide ragazze che non ci hanno mai dato pensieri né per lo studio né per il comportamento».

Una moglie e due figlie. Non si sente un po’ assediato dalle donne?
«No. Comprendono che ho bisogno dei miei spazi. Se prendo la moto e vado in Francia, questo non è vissuto come una follia, ma un’esigenza».

Chi continuerà nell’azienda di famiglia?

«Entrambe le ragazze hanno manifestato un forse interesse. Per ora studiano, ma io già da tempo le coinvolgo. Quando ci sono riunioni importanti le rendo partecipi. Devono capire come si prendono le decisioni».

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